La FIGC ha documentato nel report del 2026 che la Serie A è ultima tra i top 5 campionati europei per dribbling riusciti per partita, con un calo da 19 a 12 per partita nell’arco degli ultimi sei anni. Il dato è letto spesso come sintomo di un impoverimento tecnico generale. Se questo è ciò che emerge del nostro sistema calcio nei massimi livelli, dovremmo chiederci a cosa stiamo realmente assistendo; È la fotografia di un impoverimento percettivo che si costruisce nel tempo, partendo dai settori giovanili, sottraendo sistematicamente ai giocatori l’esposizione all’unica fonte di informazione che conta nel 1v1: la dimensione dinamica dell’opposizione di un avversario che si muove e reagisce.
Questo è il problema principale e riguarda il design degli esercizi prima ancora che il livello dei giocatori.
Credo valga la pena di partire da questa affermazione, che nella pratica quotidiana viene sistematicamente ignorata: nel calcio giovanile la tecnica individuale si allena quasi sempre senza opposizione reale. Percorsi su coni, finte su segni a terra, dribbling su file di ostacoli disposti a intervalli fissi. L’allenatore osserva, corregge il gesto, chiede un’altra ripetizione. Il giocatore esegue. Il giocatore migliora nell’esercizio. In partita però nella stessa situazione spaziale con un difensore davanti, si ferma. La lettura che segue di solito super semplicistica è di carattere psicologico, quante volte sentiamo dire o abbiamo detto noi stessi pensieri come “gli manca la personalità”, “in allenamento è un altro giocatore”, “non ci crede”; Sinceramente capisco perché ci si fermi lì, è una lettura comoda perché sposta il problema sul giocatore e lascia intatto il metodo. Il problema però è a monte, e ha a che fare con cosa produce davvero il corpo di un difensore reale come fonte di informazione percettiva e con cosa produce o meglio, non produce un cono.
Un difensore reale genera un campo informativo denso e in continuo aggiornamento. Orientamento delle spalle, distribuzione del peso sui piedi, velocità di avanzamento, distanza di chiusura, inclinazione del busto: variabili che cambiano ogni frazione di secondo, anticipando le intenzioni dell’attaccante o reagendo alla posizione della palla ad esempio, variabil che si modificano in risposta a ogni micro-spostamento del giocatore in possesso. Williams e Davids (1998), in uno studio che ha orientato la ricerca sul comportamento visivo nel calcio per i vent’anni successivi, hanno documentato una differenza sistematica tra giocatori esperti e inesperti nelle situazioni di 1v1: i giocatori esperti non fissano i piedi dell’avversario e non guardano la palla. Fissano il tronco e le anche. Perché è lì che risiede l’informazione predittiva più affidabile: lo spostamento del peso del bacino anticipa la direzione di movimento del difensore prima ancora che quella direzione diventi visibile nel passo. I giocatori inesperti fissano la palla o i piedi, raccogliendo informazioni che arrivano sempre in ritardo rispetto all’azione che stanno cercando di anticipare. Questa è la specificità dell’apprendimento percettivo nel 1v1: il sistema visivo del giocatore deve imparare a estrarre informazioni predittive da segnali posturali precisi, calibrandosi su quella classe di stimoli attraverso l’esposizione ripetuta. Un cono non ha un bacino. Non ha tronco. Non distribuisce il peso. La calibrazione percettiva che serve in partita non può avvenire su un oggetto inanimato, per quante ripetizioni si accumulino. Keith Davids (2010) ha chiarito in termini diretti la natura del problema: in un esercizio in cui il giocatore deve dribblare attorno ai coni, le informazioni rilevanti sono il percorso da seguire e la distanza dagli ostacoli. Nessuna di queste due informazioni è rilevante in partita. Il giocatore impara a regolare la propria azione su una fonte informativa che non esiste fuori dall’allenamento, e che non ha alcuna corrispondenza funzionale con ciò che troverà in gara. In aggiunta, Pinder, Davids, Renshaw e Araújo, nel 2011 hanno formalizzato questo problema nel concetto di Representative Learning Design: perché un esercizio produca apprendimento trasferibile, deve contenere le stesse strutture informative del contesto di performance per cui è progettato, facendoci arrivare alla conclusione che un esercizio con coni non soddisfa questo criterio per lo sviluppo del dribbling, non perché sia troppo facile, ma perché le informazioni che regolano l’azione al suo interno sono strutturalmente diverse da quelle che regolano il dribbling in partita.
Proprio da qui emerge il limite strutturale della Schema Theory di Schmidt (1975), su cui è costruita esplicitamente o implicitamente quasi tutta la didattica tecnica individuale nel calcio giovanile italiano. Il modello concepisce infatti le abilità motorie come programmi (schemi) che il sistema nervoso centrale seleziona e invia alla periferia motoria in risposta a un trigger situazionale. Dentro questa logica infatti il percorso su coni ha senso: il cono è un marker spaziale che attiva lo schema della finta. Se lo schema è sufficientemente automatizzato, la sua esecuzione in partita è garantita. Il problema è che in partita il trigger non è un marker spaziale fisso, ma un corpo in movimento che cambia configurazione ogni trecento millisecondi e che produce stimoli percettivi che nessuno schema pre-costruito può anticipare integralmente. Renshaw e Davids (2022) hanno documentato come i coach tradizionali, pur con decenni di ricerca motoria disponibile, continuino a progettare esercizi isolati e riduzionisti, lontani dal contesto di performance, nella convinzione che la stabilizzazione di un gesto tecnico automatizzato sia la premessa necessaria alla sua esecuzione sotto pressione. Questa convinzione non regge all’esame empirico: l’efficacia di quel trasferimento è sistematicamente insufficiente nei contesti dinamici dove le soluzioni funzionali dipendono dall’adattamento a vincoli individuali, ambientali e di compito in continua interazione.
È stato infatti dimostrato (Araújo, Davids e Hristovski, 2006) che le decisioni d’azione nelle situazioni di confronto diretto con un avversario emergono dalla percezione in tempo reale delle proprietà del corpo avversario, senza passare per una fase di elaborazione cognitiva esplicita, ovvero che il sistema percettivo-motorio dell’attaccante rileva l’aAffordance disponibile in quel momento (lo spazio che si apre, il peso sbilanciato, la traiettoria di chiusura) e produce una risposta accoppiata direttamente a quella percezione. Non c’è un momento in cui il giocatore “decide” di fare la finta, ma c’è piuttosto un momento in cui il sistema riconosce l’opportunità e risponde.
C’è una seconda dimensione che vale la pena analizzare per confermare ulteriormente e si tratta del problema che Bernstein (1967) ha descritto con precisione: il sistema nervoso centrale deve imparare a gestire i gradi di libertà del sistema muscolo-scheletrico per produrre movimenti coordinati ed efficaci in risposta alla variabilità ambientale. Nell’allenamento su coni, i gradi di libertà rilevanti per il dribbling sono artificialmente ridotti: la direzione di uscita è nota, la posizione del “difensore” è fissa, la distanza è costante. Il sistema motorio apprende a gestire una versione impoverita del problema. Un difensore reale introduce invece gradi di libertà autentici: può chiudere la diagonale destra o sinistra, può avanzare o aspettare, può spostarsi lateralmente, può accelerare sul portatore di palla o arretrare per coprire la profondità. Questi gradi di libertà, percepiti esclusivamente come un aumento della difficoltà dell’esercizio, sono invece la struttura stessa del problema che il dribbling deve risolvere. Come abbiamo già visto negli articoli precedenti, Bernstein ci parla di repetition without repetition (ripetizione senza ripetizione), ovvero l’apprendimento motorio efficace non è ripetere lo stesso gesto, è ripetere lo stesso obiettivo in configurazioni sempre diverse. I coni producono ripetizioni dello stesso gesto mentre Il difensore reale, anche in posizione inizialmente passiva, produce ripetizioni dello stesso obiettivo (superare l’avversario) ma in configurazioni ogni volta diverse. La differenza non è quantitativa. È qualitativa, e produce giocatori qualitativamente diversi nel tempo.
Quando un giocatore sviluppa conoscenza esplicita su come eseguire un gesto motorio e gli esercizi su coni con feedback correttivo sono progettati esattamente per questo, quella conoscenza interferisce con la performance in condizioni di pressione temporale elevata, infatti più un giocatore ha accesso cosciente alle istruzioni su come fare la finta, più è probabile che sotto pressione tenti di applicarle consapevolmente, rallentando il sistema percettivo-motorio in un momento in cui la velocità di risposta è tutto. Il dribbling efficace in partita è quasi interamente un processo implicito: non si decide di fare la finta di corpo, si percepisce un’opportunità e il sistema risponde. Gli esercizi tecnici su coni, accompagnati dal feedback correttivo tipico della didattica cognitivista, tendono a rinforzare sistematicamente la componente esplicita mentre sottraggono tempo e ripetizioni all’esposizione alla variabilità del gioco reale. Il risultato, in molti casi, è un giocatore che sa descrivere la finta meglio di quanto sappia farla in partita e che sotto pressione si blocca proprio perché cerca di applicare ciò che sa descrivere.
Dagli U13 in su, la transizione progressiva verso l’11v11 aumenta lo spazio disponibile e con esso la frequenza delle situazioni di 1v1 reale: i corridoi laterali sono più ampi, le superiorità numeriche locali si creano con più frequenza, le situazioni di dribbling in prossimità dell’area diventano più decisive. I giocatori che arrivano a questa fase senza aver accumulato esposizione significativa a opposizione reale si trovano a dover gestire un problema percettivo che il loro sistema non ha avuto occasione di calibrare. L’ampliamento del campo non aiuta ma anzi, amplifica il deficit, e la conseguenza pratica di tutto questo non è abolire la tecnica individuale. È capire con precisione cosa allena e cosa non allena. Il difensore non può essere considerato come una variante avanzata dell’esercizio tecnico: è la variabile costitutiva senza la quale l’esercizio non allena ciò che dichiara di allenare. La manipolazione dei vincoli come la distanza variabile del difensore e la sua posizione di partenza (sempre variabile), oppure l’intensità di pressione progressiva, regolano la quantità di complessità percettiva a cui il sistema è esposto in ogni singola ripetizione. Un difensore che inizia a quattro metri in posizione passiva e progressivamente riduce la distanza e aumenta la pressione produce già, anche nella sua versione più vincolata, un tipo di informazione radicalmente diverso dal cono: il suo corpo si muove, il suo peso si redistribuisce, la sua direzione di chiusura cambia in risposta a ciò che fa l’attaccante. Il sistema percettivo-motorio ha finalmente qualcosa su cui lavorare, qualcosa che assomiglia al problema che dovrà risolvere in partita. L’esercizio analitico su coni può precedere situazioni con opposizione reale come attivazione tecnica o come introduzione di un pattern motorio nuovo: in quella funzione ha un senso limitato ma difendibile. Il problema metodologico nasce quando diventa il mezzo principale e talvolta esclusivo di sviluppo del dribbling nelle categorie adolescenziali. In quel caso non allena una versione preliminare della competenza, allena una competenza diversa, che il giocatore non trasferisce.
Il cono non è un difensore. Senza l’avversario, il sistema non ha nulla su cui calibrarsi.
Fonti principali
Araújo, D., Davids, K., & Hristovski, R. (2006). The ecological dynamics of decision making in sport. Psychology of Sport and Exercise, 7(6), 653–676.
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FIGC (2026). Relazione sullo stato di salute del calcio italiano. Federazione Italiana Giuoco Calcio.
