Come la pressione di segnare modifica quello che il tuo giocatore riesce a vedere.
Perchè i tuoi giocatori sembrano non vedere quello che il campo gli sta offrendo?
È una domanda che ogni allenatore di calcio giovanile si è posto almeno cento volte, guardando un ragazzo che ignora il compagno libero, che forza la soluzione più immediata anche quando l’ambiente gli sta offrendo qualcosa di migliore, che sembra cieco in un momento in cui ci sarebbe tutto per vedere bene, e la risposta che quasi sempre viene data riguarda la concentrazione, la lettura del gioco, la maturità tattica, come se quello che osserviamo fosse un deficit del giocatore invece di qualcosa che ha a che fare con il modo in cui la pressione emotiva modifica quello che il sistema percettivo riesce a rilevare in quell’ambiente in quel momento specifico.
Quello che osserviamo, quando un giocatore sembra non vedere le opzioni disponibili intorno a lui, ha una spiegazione precisa nel modo in cui la pressione emotiva modifica il paesaggio percettivo disponibile in quel momento. Il campo è lo stesso, i compagni sono nelle stesse posizioni, gli spazi ci sono, ma quello che il sistema percettivo del giocatore riesce a rilevare in quell’istante è un campo più piccolo, con meno opportunità di azione accessibili, orientato verso la soluzione più vicina e più immediata perchè è quella che il sistema riconosce come risposta alla pressione che sta vivendo, e quella risposta emerge prima ancora che il giocatore abbia avuto il tempo di guardare cosa l’ambiente gli stava davvero offrendo.
Il contesto che vede quel giocatore in quel momento non è lo stesso che vedi tu dalla panchina, perchè il sistema percettivo sotto pressione funziona diversamente, si orienta verso ciò che è più immediato e più riconoscibile come risposta all’urgenza che sente, e tutto il resto, che sia il compagno sul lato o lo spazio che si sta aprendo oppure il tempo disponibile prima che arrivi il difensore, rimane fuori dal campo visivo funzionale di quel momento, è presente nell’ambiente ma non è accessibile per quel sistema (giocatore) in quello stato, come se la pressione di segnare restringesse il cono di luce dentro cui il sistema percettivo sa guardare, lasciando in ombra tutto quello che richiederebbe un attimo in più per essere visto.
Torna la domanda, con una profondità diversa da prima: perchè i tuoi giocatori sembrano non vedere quello che il campo gli sta offrendo? Perchè in quel momento specifico, quando il gol sembra vicino, il sistema percettivo sta già rispondendo a qualcosa che non è il campo, sta rispondendo alla pressione di concludere, e quella pressione produce una gerarchia percettiva in cui la soluzione più immediata scala automaticamente verso la cima, perchè è quella che il sistema riconosce più velocemente come risposta a quello che sta sentendo e tutto il resto, gli spazi, i compagni, il tempo disponibile, scivola in secondo piano perchè il sistema in quello stato non ha le risorse percettive per raggiungerlo prima che la pressione lo spinga verso la conclusione. Questa è la distinzione che cambia il modo in cui si legge quel comportamento in campo, perchè se quello che osserviamo è un sistema percettivo che si restringe sotto pressione, allora il problema da affrontare non riguarda la spiegazione tattica da dare in settimana nè la correzione da fornire dopo l’azione, riguarda il tipo di ambiente in cui quel sistema si è allenato, se quell’ambiente ha mai prodotto le stesse condizioni di pressione emotiva che la partita genera quando segnare sembra vicino, se i ragazzi hanno mai dovuto leggere il campo in quello stato, se la sintonizzazione percettiva che hanno costruito include anche quella situazione specifica o se si è sviluppata esclusivamente nelle condizioni più tranquille e più prevedibili dell’allenamento ordinario, dove la pressione di segnare non ha mai la stessa intensità che ha la domenica mattina con il pubblico e il risultato.
Quello che rende questo meccanismo particolarmente interessante è che non scompare con l’esperienza nel modo in cui scompaiono altri errori tecnici o tattici, perchè un giocatore che ha segnato cento gol in allenamento può trovarsi nella stessa condizione di uno che ne ha segnati dieci, perchè quello che conta non è la quantità di conclusioni accumulate ma la qualità delle condizioni percettive in cui quelle conclusioni sono avvenute, se il sistema ha imparato a leggere il campo anche quando sente la pressione di segnare, o se quella lettura si è sempre fermata esattamente nel momento in cui quella pressione saliva.
La ricerca sull’influenza dell’ansia sulla percezione delle affordances nello sport, sviluppata nell’ambito della psicologia ecologica, documenta esattamente questo: stati di attivazione emotiva elevata non rendono il giocatore meno intelligente nè meno capace tecnicamente, modificano la relazione tra il suo sistema percettivo e le opportunità di azione disponibili nell’ambiente, nel senso preciso che alcune affordances diventano meno accessibili perchè richiedono una sintonizzazione percettiva più lenta e più periferica di quella che il sistema sotto pressione riesce a mantenere, mentre altre diventano ipersalienti perchè corrispondono direttamente all’urgenza emotiva che il sistema sta vivendo, e il tiro, la conclusione, il gol, sono esattamente le affordances che quella pressione rende più visibili, più immediate, più difficili da ignorare anche quando il campo starebbe offrendo qualcosa di diverso e di più funzionale.
C’è un aspetto di questo meccanismo, come abbiamo già visto negli articoli precedenti, che riguarda specificamente i ragazzi della fascia U12-U13: in quella fase il sistema percettivo è ancora in costruzione ed è ancora impegnato a sviluppare le tipologie di lettura del campo che nelle categorie superiori diventeranno automatiche. Questo significa che la pressione emotiva di sentire l’obiettivo vicino colpisce un sistema che ha meno risorse percettive disponibili rispetto a un giocatore più esperto, meno pattern consolidati su cui appoggiarsi quando il campo si fa più difficile da leggere, meno capacità di mantenere una sintonizzazione periferica quando l’urgenza sale. Il risultato è che quella “cecità” temporanea che osserviamo in partita non è solo più frequente in questa fascia d’età, è anche più acuta, più totale, più difficile da attraversare una volta che il sistema vi è entrato.
Quello che complica ulteriormente il quadro è la natura del contesto in cui quella pressione si produce, perchè “segnare”fare gol” nel calcio giovanile non è mai solo una questione tecnica o tattica, è il segnale che il ragazzo ha fatto bene, che i compagni sono contenti, che l’allenatore approva e che i genitori dagli spalti hanno qualcosa per cui esultare. Questa stratificazione di significati intorno all’obiettivo amplifica la pressione emotiva ben oltre quello che il semplice risultato richiederebbe, producendo un vincolo organismico che agisce sul sistema percettivo con un’intensità spesso sproporzionata rispetto alle reali conseguenze tattiche di quell’azione specifica, e che rende la lettura del campo in quel momento ancora più difficile di quanto non sarebbe già per il solo effetto dell’urgenza competitiva.
E qui torna la domanda, con l’angolo più preciso che potesse assumere: perchè i tuoi giocatori sembrano non vedere quello che il campo gli sta offrendo? Perchè in quel momento stanno gestendo simultaneamente la pressione tecnica dell’azione, la pressione sociale del contesto e la pressione emotiva di sentire il gol vicino e queste tre pressioni convergono sullo stesso sistema percettivo che deve anche leggere il campo, selezionare le affordances disponibili, e produrre una risposta funzionale in frazioni di secondo. Viene da sè che quando quel sistema è già occupato da tutto il resto, la lettura periferica, quella che richiederebbe un attimo in più e che porterebbe a vedere il compagno libero o lo spazio che si sta aprendo sia la prima cosa che viene sacrificata, perché il sistema sotto quella pressione multipla non ha le risorse per mantenerla insieme a tutto il resto.
Comprendere quindi questo meccanismo cambia però il modo in cui un allenatore legge quello che vede, perchè un ragazzo che forza la conclusione in una situazione sfavorevole sta mostrando come il suo sistema percettivo risponde a una combinazione specifica di pressioni che in allenamento non ha mai incontrato nella stessa forma e nella stessa intensità. Questa risposta, tanto frustrante quanto da osservare, contiene informazioni preziose su dove si trova il sistema in quel momento del suo sviluppo, su quali condizioni lo mettono in difficoltà, su cosa richiederebbe per imparare a leggere il campo anche quando tutto lo spinge verso la soluzione più vicina.
Arrivati a questo punto, la domanda con cui siamo partiti e cioè perchè i tuoi ragazzi sembrano non vedere quello che il campo gli sta offrendo, trova una risposta che esula dalla loro intelligenza tattica e dalla loro esperienza visto che riguarda il modo in cui il sistema percettivo si riconfigura quando sente che l’obiettivo è vicino e quando la pressione di segnare sale al punto da diventare essa stessa un vincolo che modifica quello che è possibile vedere in quell’istante, indicando il modo in cui un allenatore dovrebbe guardare quel comportamento in campo e cioè come informazione preziosa su un sistema percettivo che in quella situazione specifica sta facendo esattamente quello che i sistemi percettivi fanno sotto pressione, ovvero restringere il campo per rispondere più velocemente, sacrificare la periferia per proteggere il centro e quella risposta, per quanto limitante tatticamente, ha una sua logica biologica che merita di essere capita prima di essere corretta.
Youth Football Dynamics
FONTI UTILIZZATE
Araújo, D., Davids, K., & Hristovski, R. (2006). The ecological dynamics of decision making in sport. Psychology of Sport and Exercise, 7(6), 653–676.
Gibson, J.J. (1979). The Ecological Approach to Visual Perception. Boston: Houghton Mifflin.
Oudejans, R.R.D., & Pijpers, J.R. (2009). Perceiving and moving in sports and other high-pressure contexts. In M. Raab, J.G. Johnson, & H.R. Heekeren (Eds.), Progress in Brain Research, 174, 155–167.
Newell, K.M. (1986). Constraints on the development of coordination. In Wade & Whiting (Eds.), Motor Development in Children: Aspects of Coordination and Control. Martinus Nijhoff.
